martedì 24 ottobre 2017

L’uomo dai piedi di fauno di Vasco Mariotti - Recensione -


In una Torino anni 30, ma che ricorda per molti versi la Londra di Sherlock Holmes, viene ritrovato il cadavere il barone Leone Fermentini di Brienza. Il tutto potrebbe essere frutto di un delitto passionale visto l'attitudine libertina del barone, se non fosse che il suo corpo viene ritrovato triturato da braccia potenti come una pressa industriale, per non parlare delle strane impronte a forma di zoccoli di capretto e degli strani peli trovati nell'appartamento. La polizia non sa che pesci pigliare e il commissario Lamberti chiede aiuto al geniale detective Gastone Uliani (un novello Holmes in salsa italica) per risolvere il caso. Un strano caso che crea un ottimo mix tra giallo classico e horror alla Dottor Jekyll e Mr Hyde, con una spruzzata di mad doctor e tematiche amorose. Un romanzo veramente godibile nonostante il passare del tempo.

L’uomo dai piedi di fauno (1934) è la prima e più famosa opera di Vasco Mariotti, geniale e poliedrico scrittore che nella sua vita da scrittore spazio in diversi generi popolari, senza mai perdere la sua vibrante abilità e vivacità nello scrivere storie decisamente appetibili anche per i nostri standard attuali. La sua opera dimostra come l'abilità dei giallisti italiani non fosse inferiore a quella degli omologhi inglesi e americani, che successivamente (oggi come ieri) diventeranno i campioni del genere.

Fin dal titolo inusuale sia ai tempi che oggi per un giallo l'opera di Mariotti attira l'attenzione del lettore. Una strana avventura, che mischia sapientemente vari generi letterari in una maniera cosi abile che difficilmente ci si aspetterebbe in un novizio (Da "Frankenstein" a "I delitti della Rue Morgue"). Una storia dal sapore un po' retro per i gusti attuali: la donna protagonista è attorniata da un candore verginale ottocentesco, i poliziotti si fanno gli scongiuri toccando ferro e i commissari erano chiamati "cavalieri" , ma dannatamente affascinanti. Una storia che sa conquistare fin dalla prima pagina, con un mistero che si dipana con i giusti tempi e sa dare ottimi colpi di scena. Sopratutto la tematica del mostro è dannatamente interessante.

Ci sono comunque dei difetti riscontrabili ma tutto sommato perdonabili. Il protagonista Gastone Uliani è troppo perfetto, un pozzo di scienza infinito che disquisisce su tutto un po' come il suo omologo inglese, ma senza quel mix di difetti che rendevano il detective residente in 221b di Baker street cosi interessante. L'intreccio narrativo è interessante, con un mix gustoso di enigmi sparsi nel romanzo. Peccato che l'enigma più grosso, quello che da nome al romanzo, non sia alla fine spiegato cosi bene e i tentativi di dare una spiegazione razionale (o meglio fantascientifica) al mostro risultano insoddisfacenti e troppo macchinosi, e in alcuni punti fin troppo teatrale nel risultato. L'enigma dietro alla ghianda di metallo è quello che mi ha deluso di più. Troppa carne sul fuoco per una storia che avrebbe giovato di una soluzione più misteriosa.     

lunedì 16 ottobre 2017

La leggenda della nave di carta AA. VV - Recensione -



Un famoso proverbio dice che non si bisogna giudicare un libro dalla copertina, ma bisognerebbe aggiungere che non bisogna neanche acquistare un libro per una "magica" parola presente nel titolo del libro. Parlo proprio di quel "racconti di fantascienza giapponese" che attira subito l'attenzione del lettore. La leggenda della nave carta è una raccolta di sedici racconti di fantascienza (ma è una definizione ingannatoria, ma vedrò di spiegarmi meglio successivamente) che partono dalla bomba atomica su Hiroshima fino agli ultimi anni del 900.

Lo devo ammettere anch'io sono stato attirato dalla magica parola "giapponese", ma dopo essere arrivato all'ultima pagina devo ammettere di essere rimasto parecchio perplesso di fronte al risultato finale di questa raccolta. Capisco che l'obbiettivo dichiarato dei curatori (che non sono italiani) era quello di mostrare uno spaccato di fantascienza nella sua espressione più giapponese, ma il risultato finale mi è sembrato più un calderone dove buttare alla rinfusa qualsiasi racconti che paresse interessante che una reale raccolta di fantascienza, sopratutto quello che più manca è un filo conduttore che ricolleghi i racconti a un argomento comune e non tutti i racconti possono riscontrarsi nel genere fantascientifico (La bocca selvaggia per esempio è più horror/splatter che fantascientifico). Cosa che guasta molto il risultato finale del testo.

Altro punto a sfavore a mio giudizio è il fatto che l'edizione italiana non traduce i testi direttamente dalle loro versioni giapponesi ma è una ritraduzione della versione inglese con l'ovvio svantaggio dell'appiattimento di ogni possibile sfumatura del testo originale. La data d'uscita della raccolta (fine anni 80) esclude a mio giudizio un periodo interessante della letteratura giapponese e per perciò avrei preferito che la raccolta fosse stata aggiornata con qualche racconto aggiuntivo un po' più recente ( per non dire che 16 autori sono una goccia della vasta produzione orientale).

Molto interessante la prefazione che vede riproposizione di diverse dichiarazioni di bambini sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima in tutta la loro angosciosa crudezza, che per molti aspetti mi ha ricordato il film di animazione giapponese "Una tomba per le lucciole".

"Il giorno dopo, mia madre e mio padre andarono a cercare mia sorella, ma non la trovarono. Accompagnai mio padre nel pomeriggio, ma le strade erano pericolose con tutti quei fili del tram attorcigliati e caduti. Andammo sulla riva del fiume e vedemmo ragazzini e ragazzine dell’età di mia sorella. Erano distesi in gruppi, agonizzanti. Imploravano un bicchiere d’acqua dai passanti. Mio padre diceva:«La tua mamma e il tuo papà stanno sicuramente venendo a cercarti, fatti coraggio e non mollare. Non dicevano nulla, ma i loro visi enfiati e ustionati cercava­no di sorridere."

Alcuni racconti sono davvero piacevoli e rispetto ai loro omologhi occidentali hanno una maggiore introspezione sulle pulsioni umane (sopratutto quelle più estreme e animalesche come il nichilismo e il sesso). Degni di menzione sono i racconti: "La leggenda della nave di carta",  "La scatola di cartone" e "Bokko-Chan". Il primo che sembra inizialmente un racconto favoleggiante si trasforma in una amara riflessione sui viaggi spaziali; il secondo è una parabola del vuoto appagamento della nostra società consumistica e l'ultimo è una riflessione umoristica nera sull'uomo.

In definitiva "La leggenda della nave di carta" è una raccolta interessante di opere giapponesi, ma troppo confusionaria nella proposta e ormai leggermente datata come selezione, che rischia di essere più comprata per la parola "fantascienza giapponese" che per il reale valore della proposta. È  un titolo che consiglio per esplorare la fantascienza giapponese, che da noi non è mai riuscita a penetrare nella cultura occidentale se non attraverso manga e anime, ma con la considerazione che si tratta solo della piccola punta di un enorme iceberg.

lunedì 9 ottobre 2017

Ghost in the Shell (2017) - Recensione -


Anno: 2017
Durata: 106 min
Genere: azione, drammatico, fantascienza, poliziesco, thriller
Regia: Rupert Sanders
Soggetto: Ghost in the Shell di Masamune Shirow


Nel futuro la razza umana fa abitualmente uso di costosi innesti cibernetici per migliorare la propria vita. Ciò porta alla creazione di nuovo crimini legati a questa nuova realtà, per arginare tale crimine viene creata la Sezione 9, guidata da Mira Killian (primo esemplare di essere umano con un corpo totalmente cibernetico, a cui viene associato un cervello umano). La squadra si troverà invischiata in un misterioso caso che vede contrapposta la Hanka Robotics (industria responsabile della creazione del corpo della ragazza) e un misterioso individuo che sta eliminando l'uno dietro l'altro gli scienziati coinvolti con l'azienda. 

Sia il manga di culto del 1989 di Masamune Shirow, sia i film tratti da esso da Mamoru Oshii sono tra i miei prodotti preferiti per quanto riguarda Cyberpunk giapponese, quindi potrete immaginare con quanta ansia aspettassi l'uscita di questo film, sopratutto visto quanto gli yenkee si siano dimostrati scarsamente capaci di adattare un prodotto estero al loro gusti. Alla fine della visione posso tranquillamente affermare che ci troviamo di fronte a una delle migliori trasposizioni di un prodotto giapponese fatto da Hollywood, ma si tratta di una amara vittoria di Pirro (e un gigantesco flop per il film).

Lasciando perdere le accuse di Whitewashing mosse alla produzione della parte più scema e in perennemente contraddizione con se stessa di internet (buoni solo per far trovare un comodo escamotage per giustificare il flop del film), a mio avviso totalmente ingiustificate nel film, anche perché i problemi grossi del film si trovano altrove. Infatti la maggior parte degli attori americani impersona bene la propria controparte animata, sopratutto il maggiore (Scarlett Johansson) e Daisuke Aramaki (Takeshi Kitano) azzeccatissimi nei ruolo ruoli, anche se bisogna dire che Scarlett non si dimostra mai convintissima del proprio ruolo.

Il film si dimostra visivamente d'impatto, con ambienti ben realizzati e tutto sommato accattivanti, una buona CGI insomma, con una buona dimostrazione di una città a metà tra New York e Hong Kong. Le Geisha robot sono spettacolari quando compaiono in azione (anche se anche qui, come in molte altre scene, ripresa dai film animati). Il problema? È che il film dimostra una totale mancanza di azzardo (questa parola risuonerà spesso in questo film) e immaginazione, riducendosi a una tristissima riproposizione del mondo come inteso da Blade Runner trenta'anni prima, con tanto di gigantesche pubblicità con Geisha ammiccanti tra i palazzi. Capisco che Blade Runner sia un cult intramontabile, ma la fantascienza filmica americana dovrebbe liberarsi di questo scomodo fantasma.

Mi è poi piaciuto molto il fatto che il maggiore debba dare sempre il proprio consenso vocale prima di subire i vari interventi di riparazione, in una sorta di formula del consenso che ricorda molto le procedure d'installazione dei nostri pc/smarthphone, e che potrebbe essere veramente un spiraglio del nostro futuro. L'unico elemento a mio giudizio dove il film si dimostri più innovativo della sua controparte animata, peccato che poi la cosa rimanga lettera morta.

Il problema grosso di questo film è il fatto che il materiale di partenza è stato fin troppo semplificato. I dubbi filosofici e umani dietro la tecnologia sono ridotti a blande frasi di circostanza, c'è una nettissima distinzione tra buoni e cattivi in modo che lo spettatore non si debba sforzare troppo (mancavano solo i baffi e il mantello da operetta per il cattivo ed eravamo a cavallo), motivazioni così blande da sembrare un cartone animato, dialoghi totalmente inutili per ribadire l'ovvio e allungare il bordo di una sceneggiatura che altrimenti non avrebbe nulla da dire dopo 30 minuti. Il dictat finale sembra essere quello di evitare qualsiasi azzardo di riflessione, anche sulle cose più banali, tanto che gli sceneggiatori sembrano fare i salti mortali per dare giustificazione a tutto, anche quando non sarebbe necessario. Certo alla fine il film ne guadagna in scorrevolezza e le scene d'azione sono ben fatte (anche se Rupert Sanders si dimostra incapace di dare una sua visione al film e si limiti a riproporre le scene iconiche del film di Oshii, con qualche scena a fare da collante), ma a che pro? Emblematica a questo punto è la scena del netturbino, riproposta fedelmente dal film anime, ma eliminando totalmente il dramma del personaggio che si ritrova un passato non suo e per giunta totalmente falso, ma che il film usa solo come escamotage per far andare avanti il film.

In definitiva il film sembra la sagra del vorrei ma non posso, anche quel poco di azzardo che ci viene mostrato è sempre calcolato (come la scena presente nel trailer del bacio saffico tra il maggiore e una ragazza, opportunamente scomparso nel film), in modo da cercare di non scontentare nessuno. Un film che visivamente rimane d'impatto, ma che non riesce a scrollarsi di dosso quella patina anni 80 e cyberpunk d'annata. La trama va liscia come un treno, ma non lascia nulla dietro di se e dopo pochi minuti dalla visione il film si dimentica facilmente. È un vero peccato che non ci sia stata una maggiore volontà di rischiare con una trama che riprendesse meglio il messaggio cyberpunk di Oshii e Shirow. Un bel film da noleggiare, ma che non riesce a tenere il passo con il suo illustre papà. 

lunedì 2 ottobre 2017

Battle Royale di Koushun Takami - Recensione -


Battle Royale è un romanzo cosi pesante e violento, che difficilmente uscirà dalla vostra memoria. Una denuncia fortissima al sistema scolastico giapponese, cinicamente volto alla perfezione e all'eccellenza. Nel 1999 il trentenne Koushun Takami pubblica il suo primo e unico romanzo sconvolgendo l'intero Giappone. In Italia come sempre bisognerà aspettare l'enorme successo del manga per vedere pubblicato in sordina il romanzo in lingua nostrana (esattamente dieci anni dopo l'uscita in Giappone).

Nell'ipotetico futuro 1997 (il romanzo era stato scritto nel 1996) il Giappone come noi lo conosciamo non è mai esistito, sostituito da un paese dittatoriale chiamato "Repubblica della Grande Asia dell'Est". In questo mondo distopico ogni anno una classe di quindicenni a caso si ritrova a partecipare a quella che sembra a tutti gli effetti una gita scolastica, ma che invece nasconde il misterioso e terrificante Programma n. 68, meglio conosciuto come Battle Royale (espressione ripresa da un tipo di match a eliminazione del wrestling dove più partecipanti si affrontano sul ring fino a quando non rimane che un singolo lottatore sul ring).

I ragazzi si troveranno in un gioco infernale dove in premio c'è la loro sopravvivenza, ognuno di loro inizialmente cercherà di trovare un modo per fuggire da questo situazione e di formare alleanze strategiche con i propri amici, ma dopo poco la disperazione e la sfiducia nel prossimo prendono il sopravvento nei loro cuori. Quindi basta un ricordo di un dispetto o una antipatia, gelosie o una nomea negativa,  per scatenare le peggiori rappresaglie e distruggere ogni possibilità di unirsi in un gruppo (anche nei gruppi già formati), trasformando il tutto in un cruento gioco al massacro. A dare ulteriore spinta c'è la minaccia sopita, ma sempre presente del collare esplosivo che ogni partecipante indossa, che si attiverà se nessuno verrà ucciso nelle ventiquattro ore successive o se ci si troverà a transitare in una zona vietata (per costringere i partecipanti a combattere tra di loro viene attivato un meccanismo automatico che ogni tot ore elimina una parte della mappa come zona transitabile). Non marcheranno però le dimostrazioni di amore e amicizia tra diversi partecipanti, ma loro bontà sarà un pregio o una debolezza in gioco che punta al massacro? purtroppo solo un partecipante può sopravvivere al Battle Royale.

Takami riesce a ricreare un campionario apprezzabile di essere umani, ognuno ha la propria vita e desideri, per quanto molto spesso si tratti di personaggi fortemente stereotipati, come l'otaku strano ma buono, il campione di arti marziali fosco, il bullo e suoi scagnozzi ecc. Quindi c'è chi accetta fin da subito il gioco per i proprio tornaconto, chi per disperazione, chi per paura, ma tutti alla fine troveranno una giustificazione per perpetrare omicidi su omicidi su quelli che fino al giorno prima erano i propri compagni di classe o amici.

Il romanzo riprende il filone vivo negli anni 70-80 del gioco estremo e violento in un mondo distopico come "Rollerball", "L’uomo in fuga", ma aggiungendoci una forte dose di ribellione giovanile, che in paese come il conservatore Giappone è un tema molto sentito.

La mappa dell'isola dove si svolge il battle royale.
Due volte al giorno vengono comunicate le aree vietate
e conto dei ragazzi morti dall'annuncio precedente.
Interessante il fatto che non tutti i personaggi hanno vere e proprie armi. Infatti se la maggior parte degli studenti riceve armi vere, altri ricevono oggetti completamente inutili come freccette, forchette o boomerang. In particolari casi, al posto di un'arma, si riceve un oggetto utile ai fini del gioco come un radar in grado di captare gli studenti nelle vicinanze o un giubbotto antiproiettile. Cosa che aumenta se possibile il grado di frustrazione e paura nel partecipante, e allo stesso tempo fa comprende la perversità degli organizzatori.

Se per l'occidente il solo mostrare una pistola in mano ad un ragazzo è fonte di infiniti problemi e imbarazzi, per fortuna per ai giapponesi la cosa non tange più di tanto. Nulla ci viene risparmiato, accoltellamenti, avvelenamenti, squartamenti vari, in un tripudio di sangue e violenza. Se però di solito nei manga giapponesi c'è il gusto di mostrare la violenza per il semplice gusto di metterla in scena, qui la cosa è più ragionata e realistica. In fondo si tratta di un gruppo di ragazzini spaventati e insicuri, pronti al primo scricchiolio a spare invece di pensare lucidamente.

La trama è ben congegnata. I tempi sono gestiti in maniera discreta, la tensione rimane per la maggior parte del romanzo su livelli accettabili, l'attenzione non cala. Una storia dura, cruda e cinica.

La parte migliore del romanzo è come i personaggi subiscono il trauma del partecipare al Battle Royale e il modo con affronto la cosa, ognuno in modo particolare. C'è la coppia che decide di suicidarsi per non macchiare il loro amore, il ragazzino debole che si fa vincere dalla paura, una coppia di amiche che decide di credere nella bontà del prossimo e cerca di organizzare una resistenza pacifica, un gruppo di bulli che cercano conforto nel loro capo geniale. Una gradazione di sfiducia e speranza veramente interessante.

Purtroppo ci sono anche molti difetti.

Takami come detto sopra è uno scrittore alle prime armi e la cosa si vede benissimo fin dalle prime pagine. Lo stile è molto semplice ed elementare, con capitoli brevi e frammentari, spesso caotici, visto la volontà dell'autore di darci una visione completa degli eventi. Qui e là l'autore infilerà a forza un narratore onnisciente che ci darà ulteriori informazioni sulla vita di alcuni personaggi in modo anche abbastanza spocchioso. Forse in parte dipeso da una traduzione non proprio fatta a regola d'arte, ma rimane solo una mia impressione senza conferme esterne.

Logo del programma
Come detto sopra la caratterizzazione dei personaggi è molto elementare e riprende molto gli stereotipi da manga ad ambientazione scolastica. La cosa è comprensibile vista la mole di studenti da tratteggiare (42 in totale), ma almeno per i personaggi principali ci sarebbe aspettato un maggior impegno da parte dell'autore, almeno per dare un po più di colore a questa grigia schiera di ragazzi e ragazze che compaiono solo al momento del loro omicidio per poi sparire come se non fossero mai esisti. Un vero peccato perché la trama si arena più volte nel corso del romanzo per situazioni straviste e tritatissime, che non permettono mai di avere un minimo di affiatamento o perlomeno di simpatia con i personaggi (Per esempio: Noriko è la ragazza dolce, buona e sensibile senza particolari abilità vista in mille opere manga. Shuya è invece il belloccio della classe amato da mezzo comparto femminile e abilissimo negli sport). Sopratutto deludono i personaggi antagonisti principali Kazuo Kiriyama e Mitsuko Souma, il primo è letteralmente la versione studente giapponese di terminator (sia per resistenza agli attacchi nemici, che per la mancanza di sentimenti), decide di partecipare al torneo per motivazioni risibili e con l'unico scopo di fornire a Koushun Takami un comodo escamotage per eliminare facilmente un grosso numero di studenti. Mitsuko è sicuramente a mio giudizio il personaggio meglio caratterizzato dell'intero romanzo, con un background credibile e funzionale al personaggio, peccato gli spunti interessanti rimango solo abbozzi e non vengano mai sviluppati degnamente.

Altro problema è il fatto che troppo spesso, almeno nei personaggi tratteggiati meglio ci troveremo di fronte a un campione regionale dello sport x, dell'asso del computer, del maestro in quel campo ecc, tutti nella stessa classe, cosa che ammazza quasi del tutto la credibilità dei personaggi. A togliere quel poco di credibilità rimasta ci pensa l'estrema abilità di tutti i ragazzi nel maneggiare armi da fuoco o bianche, anche abbastanza pesanti come mitragliette o fucili, spesso in modo talmente esagerato da sembrare dei mini-rambo.

L'autore
Un vero peccato a mio giudizio la scarsa cura con cui è stato tratteggiato questo stato dittatoriale. Sarebbe stato interessante approfondire meglio la storia e la struttura di questo stato, ma probabilmente Takami ha preferito lasciare la cosa nel dubbio, anche perché quel poco che ci viene non sempre è ben strutturato (il perché ogni anno si svolga la battle royale, o il fatto che si accenni che ci sono 50 classi selezionate ogni anno per il battle royale, quando nel romanzo si dice che ce n'è uno solo ecc). Peccato peccato perché alcuni elementi per quanto solo tratteggiati risultavano molto interessanti, come la rassegnazione della popolazione al governo in cambio di una relativa tranquillità domestica, la figura del grande leader.

In definitiva Battle Royale è un libro diventato famoso più per il concetto che porta (tra l'altro molto interessante) che per la qualità effettiva del romanzo. Forse molto del suo clamore è dovuto in parte più al fattore Film/Manga derivati da esso, che al romanzo, comunque buono. Non fosse stato per una craterizzazione dei personaggi molto abbozzata e un stile molto elementare l'opera di Koushun Takami sarebbe una pietra miliare del romanzo giapponese, un vero peccato. Forse il suo stile era troppo ripreso da quello dei manga per funzionare in un romanzo. Personalmente consiglio comunque di dargli un occhiata, ma senza aspettarsi troppo.

lunedì 25 settembre 2017

Samurai Jack Stagione 5 episodio 7-8-9-10 - Commento -




Puntata 7

La punta si apre un flashback dell'ultima avventura di Jack con la sua spada. Il samurai infatti si sta dirigendo verso l'ultimo portale esistente (in una struttura che ricorda molto il nostro stone age), guidato da tre pecorelle. Purtroppo Aku arriva e distrugge l'ultimo portale. Il fatto di aver perso l'ultimo portale che gli avrebbe permesso di tornare a casa scatena la furia di Jack. Aku per difendersi trasforma le pecorelle in mostri e Jack per la rabbia le uccide senza pietà, in una scena dal forte impatto per la crudezza e la quantità di sangue versato.

Si torna nel presente. Jack e Ashi sono alla ricerca della spada, ritornando nei luoghi visti nel flashback. Il samurai e la ragazza si calano nel pozzo per recuperare la spada, ma nessuno dei due riesce a trovarla (molto bella scena dove un pentito Jack ritrova il teschio di una delle creature che lui aveva ucciso nell'ultimo scontro contro Aku nel passato. Accettando con ciò il suo passato). Samurai Jack comprende che non troverà mai la spada visto che è stata la spada magica ad abbandonarlo, in quanto non lo ritiene più degno di essere portata da lui in quanto ha ceduto alla rabbia/oscurità.

Aku che consiglia a Jack di non agitarsi troppo per evitare
un infarto, per poi ripensarci.
Per ritrovare la sua spada Samurai Jack intraprende un cammino spirituale attraverso la meditazione. Visivamente molto d'impatto (molto bello l'effetto cangiante quando Jack cambia colore ogni volta che supera una collina). Dopo un lungo viaggio su una barca, il samurai incontra un vecchio saggio (dalle sembianze simili a quelle di Budda) che gli chiede se si è perso, alla risposta positiva di Jack gli chiede di preparagli un tè (ricalcando gli stilemi giapponesi). Infatti per la cultura giapponese si può capire molto di una persona dal modo in cui prepara il té

Nel frattempo un esercito di Aku (che ricorda molto quello Urukai del Signore degli Anelli) si avvicina per fermare Jack. Ashi protegge Jack vista la sua impossibilità di muoversi. La ragazza  riesce con molta difficoltà a tenere testa ai soldati di Aku (in una scena molto tarantiniana). A complicare ulteriormente il tutto c'è la comparsa della madre di Ashi, che cerca di far tornare la ragazza al male di Aku, ma la ragazza illuminata da Samurai Jack non è disposta più a tornare indietro nell'oscurità. Inizia quindi una lotta tra le due (il loro combattimento è uno dei più belli dell'intera stagione), e alla fine la ragazza riesce a sconfiggere la sua ex maestra.

Il signore degli Anelli Tartakovsky edition
Nel frattempo Jack inizia la cerimonia del tè, ma comprendiamo dalla faccia disgustata del monaco che nonostante il tè abbia tutti gli elementi giusti essi non sono equilibrati tra di loro, quindi Jack deve ancora ritrovare il suo equilibrio. Qui fa la sua comparsa lo spirito negativo (la sua rabbia) di Jack, che vorrebbe che il samurai facesse del male al monaco reo a suo dire di ostacolarli nella loro ricerca della spada con frasi preconfezionate e vuote. Jack però si accorge che è stata questa suo lato ad allontanarlo dalla spada e dal suo cammino, e che se vuole recuperare la sua fidata arma si deve liberare da questa negatività. Capito ciò recupera il suo equilibrio interiore e ciò gli permette di mostrarsi degno del cospetto delle divinità Ra, Odino e Visnu, che gli offrono di nuovo la spada magica. Tornato nel suo mondo, recupera anche il suo kimono bianco (simbolo della sua purezza interiore ritrovata) ed è pronto per sconfiggere Aku.



Jack is back


Puntata bellissima e spettacolare.

Puntata 8

La puntata si apre con dei blocchi metallo quadrati che cadono dalla spazio sulla terra (e che una volta atterrati ricordano molto la stele nera di odissea nello spazio).

Jack e Ashi si trovano in una città dallo stile arabegiante dove sperano di trovare un mezzo che gli permetta di raggiungere Aku. Trovata una nave, scoprono che la stessa è piena zeppa di brutti ceffi. Si susseguono varie scenette amorose tra il samurai e la ragazza (con tanto di cliché come le loro mani che si toccano, discorsi vari sulle donne, del non detto ecc. Ma tutto gestito nei giusti tempi). Una puntata letteralmente incentrata sull'amore. Con i due che pian piano scoprono di essere innamorati l'uno dell'altra (con tanto di musica a tema).

I nemici con il retro dei loro giubbotti formano varie parole minacciose nei confronti di Jack, prima di attaccarlo. I due eroi abbandonano la nave per sfuggire ai nemici.

A causa di una tempesta di sabbia i due sono costretti a rifugiarsi nel monolite nero che si era visto nel flashback, che si scopre essere una prigione aliena, piena di creature mostruose, molto pericolose. Sopratutto con il più pericoloso di questi, un essere fatto di simil-sanguisughe, Jack e Ashi dovranno combattere. Molto divertente il fatto che Jack durante il combattimento si imbarazzi per le nudità di Ashi, il modo di lei di porsi a jack, i loro modo relazionarsi ecc. Molto bella la scena dove un imbarazzato Jack fa finta di sapere cosa sta facendo per attivare l'unica arma che può sconfiggere il mostro, quando in realtà stava solo premendo a caso dei pulsanti (infatti Ashi ha distrutto il computer per sbaglio mentre stava per rilevare le informazioni necessarie per far funzionare il meccanismo).

Molto il modo con cui combattono, in una sorta di danza amorosa, con un bacio finale liberatorio quando alla fine riescono a sconfiggere il mostro (il tutto accompagnato dalla canzone Everbody loves somebody di Martin).

Puntata  9

Dopo la battaglia il rapporto tra Jack e Ashi è ormai aperto e sincero, ci sono infatti tanti piccoli segni che dimostrano il loro profondo affetto (gli sguardi, battutine imbarazzate ecc). Anche se essendo per entrambi il primo amore non sanno bene come gestire la cosa, infatti inizialmente dopo il bacio che aveva concluso la puntata precedente sputano per il disgusto apparente. Non si può notare che entrambi sono fuori dal loro mondo, jack viene dal passato e Ashi è vissuta fino a qualche tempo fa in una caverna. Un amore sincero ma basato tutto sulla fiducia totale dell'altro, senza dubbi o incertezze nell'agire.

Il vecchio Jack lo avvisa di fare attenzione perché per la prima volta ha la possibilità effettiva di sconfiggere Aku e tornare al suo passato, anche se jack non sa ancora come fare sconfiggerlo.

L'atmosfera felice fa rivivere a jack i ricordi felici della sua infanzia, quando era solo un bambino felice sotto il regno di suo padre. Bellissima la scena dove una timida Ashi chiede al samurai se aveva una ragazza, ma inizialmente Jack capisce lucciole per lanterne, per poi imbarazzato capire il discorso.

Nel frattempo Scaramouche è riuscito dopo mille peripezie a tornare da Aku e per riferirgli il fatto che Jack ha perso la spada. Bellissima la scena dove il disperato scagnozzo prima di parlare con il suo padrone si ritrova a parlare con un statua centralino preregistrato (simile a quella dei fast food) che lo avvisa che il suo padrone è occupato. Naturalmente Aku è euforico per la notizia (tanto da lanciare in una danza della vittoria).

Jack però sente che la missione che deve compiere va compiuta in solitaria è lascia Ashi, anche se poi ovviamente la ragazza riesce a raggiungerlo. Il samurai si ferma in una zona piena di robot giganti distrutti che lui afferma di conoscere. Infatti li c'era il portale del guardiano, che da alcuni dettagli capiamo che non è sopravvisuto alla furia di Aku (altro elemento che si riccolega alle passate stagioni di Samurai Jack). Jack vorebbe che Ashi si allontanasse da li per evitare che anche lei possa perire per mano del signore oscuro.

Aku arriva sul luogo e scoperto che Jack ha ancora la sua spada fa esplode in mille pezzi Scaramouche e vorrebbe scappare perché come sappiamo egli non può far nulla contro il potere della spada magica. Aku però si accorge che Ashi ha una parte di se dentro il suo corpo, e grazie a un flashback dove rivediamo il rito (dove scopriamo nuovi dettagli, come il fatto che egli riversa parte di se in una coppa, che viene poi ingerita dalla madre di Ashi) scopriamo che la ragazza è la figlia di Aku. Jack rimane profondamente sconvolto dalla notizia. Nel frattempo grazie ai suoi poteri Aku fa uscire fuori dalla ragazza la sua essenza e riesce a controllarla, in una sorta di retaggio paterno indissolubile e quindi al male. Ashi inizia a combattere contro il samurai. Jack cerca di far comprendere ad Ashi che può sconfiggere la malvagità di Aku e che lei non è legata al suo destino, ma è quello che lei decide di essere. Ashi però non riesce a combattere il potere di Aku e viene di nuovo coperta dalla melma nera che si era vista nei primissimi episodi della serie, anche se questa volta in modo integrale (anche il viso è ricoperto da quella che sembra una maschera simil Aku). Jack colpendo l'essere si accorge di ferire anche Ashi, facendola rinsavire per qualche momento, la ragazza vorrebbe che Jack mettesse fine alle sue sofferenze ma il samurai non è disposto a fare del male alla ragazza. Jack si arrende a un trionfante Aku.

punta veramente fantastica

Puntata 10

La puntata si apre con la scoperta da parte delle popolazioni salvate da Jack attraverso la tv che Jack è stato catturato da Aku. (Bellissimo il fatto che l'annuncio sia fatto usando la sigla delle precedenti stagioni di Samurai Jack, ma che le popolazioni dominato da Aku vedono come una sorta di servizio di propaganda). Il servizio finisce con Aku che mostra la mondo di avere imprigionato Jack e di apprestarsi a farlo uccidere, per distruggere una volta per tutte l'ultima speranza per il mondo sotto il suo dominio (peccato che il signore del male arrivato a questo punto non sa più che pesci pigliare per uccidere Jack e tergiversa, mentre Jack cerca di far rinsavire Ashi).

Questa scena è bellissima.
Però i popoli salvati dal samurai non ci stanno a lasciare morire il loro salvatore e partono al suo salvataggio, ingaggiando una battaglia feroce contro un attonito Aku che non si aspettava una mossa del genere. In una bellissima battaglia generale.

Jack riesce a liberarsi ma deve comunque tenere bada alla controllata Ashi.

Divertentissima la scena dove il fantasma dello scozzese gli presenta tutte le sue figlie per far in modo che Jack possa sceglierne una da sposare, ma l'imbarazzato gli risponde di avere già una fidanzata. Alla domanda dello scozzese su chi sia la fortuna il samurai indica la indemoniata Ashi e lo scozzese risponde che "non gli sembra il suo tipo".

Jack entra dentro alla melma che imprigiona Ashi e le dichiara per la prima volta chiaramente il suo amore. Ashi da questo gesto riceve la forza necessaria per ribellarsi al controllo di Aku e usando i suoi stessi poteri porta Jack indietro nel tempo e insieme sconfiggono definitivamente Aku. Il suo periglioso cammino è finalmente concluso. (bisogna dire che una puntata per raccontare tutto questo è troppo poca e ci sarebbe stato necessaria almeno un altra puntata per raccontare il tutto al meglio). Tutto è stato risolto ma solo Jack ricoderà quei tragici eventi, che per gli altri non saranno mai accaduti,

Ashi e Jack possono coronare il loro sogno d'amore con il matrimonio (il tutto quasi senza dialoghi, con loro molto lucidi. Una scena veramente bella al mio giudizio). Purtroppo senza il legame con Aku, (senza la vittoria di Aku lei non è mai nata) Ashi non riesce a sopravvivere, e in una scena che ricorda molto il matrimonio tra Simon e Nia nell'anime "Sfondamento dei cieli Gurren Lagann", si dissolve di fronte a uno sconvolto e affranto Jack.

Una svolta cosi tragica onestamente non me la sarei mai aspettata, ma devo dire che la cosa è veramente bella narrativamente parlando.

Quando ormai tutto sembra concluso Jack in un bosco fosco e immerso nella nebbia incontra una piccola coccinella che si posa sulla sua mano (una coccinella simile a quella che a fatto capire ad Ashi che il samurai era buono). Dall'espressione di Jack comprendiamo che forse in un futuro prossimo i due si riconteranno o che forse Ashi si è reincarnata proprio in quell'insetto, che potremmo quasi affermare (forse in un azzardo tutto mio) che sia il suo spirito animale.

La scena finale ci fa vedere come Jack dopo questo incontro ha ritrovato la sua serenità interiore, rappresenta da un raggi di luce che illumina la vallata. Al fatto che grazie al suo sacrificio c'è un mondo libero finalmente dal male e dalla distruzione. Grazie al fascio di luce vediamo che l'albero dove era seduto Jack ha la forma di un cuore a metà, come per farci comprendere che Jack ha lasciato la metà del suo cuore ad Ashi, ormai scomparsa per sempre.

Puntata veramente da brividi per l'emozione.    




Qui trovate i commenti agli episodi precedenti:

Samurai Jack Stagione 5 episodio 6 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodio 5 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodio 4 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodi 1-2-3 - Commento -

mercoledì 20 settembre 2017

In quest'angolo di mondo (Kono Sekai no Katasumi ni) di Sunao Katabuchi


Genere: animazione, drammatico, storico, guerra, 
sentimentale,  slice of Life
Regia: Sunao Katabuchi
Soggetto: Fumiyo Kōno
Sceneggiatura: Sunao Katabuchi, Chie Uratani

Suzu è un ragazza dolce e sognatrice, spesso con la testa fra le nuvole, da cui trae ispirazione per i suoi disegni. La ragazza vive il periodo difficile della Seconda Guerra Mondiale presso la città di Kure, vicino alla città di Hiroshima, dove vive la sua vita da novella sposa assieme al marito (un ufficiale della marina giapponese). L'ambiente familiare difficile ed estranio, i razionamenti e i bombardamenti americani mettono a dura prova Suzu, che però a dispetto della sua natura mite dimostra una tenacia e una forza incredibili, continuando ad andare avanti nonostante la situazione diventi sempre più difficile nei giorni antecedenti e successivi al lancio della bomba atomica.  

La storia raccontata è molto dolce e semplice, ma piacevole da guardare. Non ci sono particolari colpi di scena, nemici dichiarati o pericoli per il mondo intero. È semplicemente la vita di Suzu, con i suoi dubbi e incertezze, i suoi sogni e i suoi drammi, spesso con la disperazione e la speranza mischiati in un percorso senza fine (il tutto senza cercare a tutti i costi il lacrimone, ma semplicemente narrando le ovvie difficoltà dell'epoca). Interessante il fatto che non tutti li avvenimenti narrati sono esposti in modo lineare, e alcuni punti spesso vengono narrati a metà tra il sogno e la realtà. Il tutto senza fretta, ma lasciando che la storia si racconti da se. Non mancano comunque le scene crude e tragiche, anche dal forte impatto visivo.

Una storia di vita quotidiana, ma che riesce a restituirci per questo un racconto più vivo e intimo di molti altri film storici. Altro tema centrale del film è l'incontro tra due persone, visto come due realtà che si fondono, per poi scindersi nuovamente quando si perde il contatto in un mare di possibili realtà, non tutte liete (bellissima la scena dove Suzu fa un ritratto del marito mentre sta dormendo per essere sicura di non perderne la memoria).

I personaggi del film non mostrano sempre i loro vero carattere (basti guardare Keiko, la cognata di di Suzu.), non raccontano più di tanto di se stessi, ma il registra lascia spesso che siano le loro azioni a parlare per loro. Tutti comunque molto naturali nel parlare e nell'agire, sembra veramente di avere a che fare con persone veramente esistenti.

Veramente bellissimo è il personaggio di Suzu, visto inizialmente debole e sognatore, ma che come un piccolo fiore coriaceo è capace di flettersi, di piegarsi, di resistere, di sopravvivere a ogni ostacolo. Tanto da diventare la colonna portante della sua famiglia adottiva. Un personaggio che riscalda veramente il cuore.

Il tratto è molto semplice ma ricchi di dettagli, con colori fortemente temperati, sopratutto per gli ambienti urbani e paesaggistici.

Mi è piaciuto molto il fatto che in alcuni casi il disegno abbia variazioni pittoriche in alcuni punti della storia. In alcuni punti le espressioni dei personaggi riprendo lo stile da vecchio manga, sopratutto quando Suzu sbaglia in qualche cosa, davvero adorabile.

C'è chi questo film lo vuole associare a "Una tomba per le lucciole" di Isao Takahata ma per me i due film hanno una differente impostazione. Il film di Takahata è molto più scuro e negativo rispetto al film di Katabuchi (anche lui uscito dalla scuderia Ghibli), che al contrario è più positivo e aperto alla pace.

Il doppiaggio italiano mi è sembrato veramente buono, tutte le voci era perfette per il loro ruolo.

Bisogna dire che in alcuni punti la storia risulta troncata, come si fosse mancata una scena, ma nulla di cosi grave da danneggiare la visione del film (da pochi giorni è giunta la notizia che il regista girerà una versione con 30 minuti in più di animazioni che erano stati previsti nel copione ma non animati per mancanza di budget).

Le scene dopo la conclusione del film andrebbero rivisti a mio giudizio. Visto che non si capisce bene cosa vogliano dire e sembrano non collegarsi bene a quanto narrato nel film.

In definitiva un film veramente bello, che scalda il cuore fin dal primo minuto. Una storia che mischia sapientemente dramma e fiducia nell'umanità.

lunedì 18 settembre 2017

DANCOUGA NOVA - Recensione -


Autore: Masami Ōbari
Regia: Masami Ōbari
Studio: Ashi Productions
Rete: Animax
Episodi: 12
In Italia grazie a Yamato Animation

Nel 2104 la terra è ancora preda di numerosi eventi bellici e la pace sembra ancora lontana. A fungere da salvatore ci pensa il Dancouga, un misterioso robot componibile, che interviene sempre a vantaggio della parte più debole in un conflitto per ristabilire l'equilibrio sul campo di battaglia, ma senza mai scagliare il colpo finale per distruggere l'avversario e scomparendo nel nulla quando il suo obbiettivo è stato raggiunto. Hidaka Aoi, pilota di macchine da corsa, Tachibana Kurara, agente di polizia, Johnny Burnette, uomo d'affari e Kamon Sakuya, senzatetto, vengono scelti da una misteriosa organizzazione come nuovi piloti del Dancouga Nova. I nostri eroi dopo un iniziale entusiasmo cominceranno a chiedersi il perché del misterioso comportamento sul campo di battaglia e sul perché proprio loro sono stati scelti per tale missione. 

Dancouga Nova si basa sull'anime Dancouga di Masami Ōbari del 1985. Anime che come tanti suoi coetanei dopo un iniziale fallimentare passaggio televisivo viene riscoperto dai fan, che ne apprezzano la buona craterizzazione dei personaggi e gli inserti J-Pop (tutti molto azzeccati e orecchiabili), per quanto alla fine la trama non si discosti molto dai suoi granitici precedessori come Mazinga & co. Il tentativo  Production Reed di riportare alla luce il progetto Dancouga (con un meca rinnovato e aggiornato ma sempre rispettoso dell'originale) nel 2007, con tanto di ritorno di personaggi che avevano lavorato alla prima versione del robot come Masami Ōbari alla regia di questo nuovo capitolo (che nel 1985 si occupava delle animazioni), si dimostra fallimentare.

I personaggi sono letteralmente non pervenuti, non sono presenti neanche quei basilari dettagli che permettono di stabilire i ruoli all'interno del gruppo (tanto che per assurdo ripescare la vecchia formula del capo, il bel tenebroso, la fanciulla e il grassone tanto abusata negli anni 80 avrebbe giovato tantissimo allo show). Gli sceneggiatori cercano ogni tanto di mettere su qualche elemento che possa differenziarli ma non c'è nulla che gli elevi dall'essere piloti stravisti in altre 3000 serie dello stesso genere. Paradossalmente il personaggio che ha più spazio è quello che a livello d'importanza conta meno di tutti, con tanto di storia d'amore che viene imposta perché si e senza nessuna reale vantaggio per la trama. Anche i personaggi secondari seguono il destino di vuoto pneumatico degli eroi, con tanto di capo gigionesco e misterioso (con un super capo a fargli da contraltare in tutta la sua serietà e tenebrosità), attorniato da una meccanica popputa (che sembra essere inserita solo per fare qualche scenetta sexy e poco altro) e un assistente che serve solo per aumentare il minutaggio delle schermate fisse per risparmiare il budget (ma ne riparliamo fra poco) con ciarle inutili. L'unico elemento di spicco è il fatto che questa volta sono i personaggi femminili ad avere un ruolo centrale per la guida del robot, ma si tratta sostanzialmente di una vittoria di Pirro.  

Se i personaggi fanno schifo almeno la trama premia con colpi di scena e trovate riuscite, giusto? E invece no. Dancouga ha si premesse e alcuni elementi molto interessanti, ma peccato che tutto sia sviluppato con scarsa cura e in modo frettoloso (sembra che gli sceneggiatori si inventino tutto sul momento), la sceneggiatura non fa nulla per informare su quello che sta succedendo o sugli antefatti, con lo spettatore che si ritrova sempre più confuso con il passare degli episodi. Non si capisce a che pro il robot debba intervenire nei vari conflitti planetari per riequilibrare le fazioni in campo, per poi andarsene quando le forze in campo si sono equilibrate. Il Dancouga forse è finanziato dai signori della guerra? Ma sopratutto come fa ogni volta ad essere sicuro al 100% che le forze in campo sono equilibrate? Purtroppo la sceneggiatura non ci verrà in soccorso con qualche stralcio di spiegazione.  

L'apparizione di un nuovo  Dancouga rivale di colore rosso e sulla carta una buona idea, peccato che lo spunto venga gettato alle ortiche quando lo si sovraccarica di interrogativi e misteri che non portano a nulla e non verranno mai sbrogliati. Al caos generale viene aggiunta sempre più confusione: I due robot sono programmati per fondersi (e non si capisce perché si perde tempo in queste stupidaggini invece di partire direttamente dalla fusione) ma si perdere tempo in scontri inutili che dovrebbero fortificare i due robot non si sa bene in che modo, visto che i piloti sono stati auto-addestrati nel sonno. La trama si incarta se possibile ancora di più quando ci viene detto che il Dancouga è poi anche una specie di super arca che dovrà proteggere i geni delle specie terrestri se non si riuscirà a sconfiggere un nemico alieno potentissimo volto ad eliminare tutte le specie intelligenti (che raggiungono un certo livello di tecnologia) per evitare la distruzione della galassia e altre assurdità di questo genere. Un calderone di idee che sembrano buttate li sul momento, aggiungendo nuovi pezzi ogni volta per far muovere la trama e giustificare le precedenti assurdità. Mettiamoci poi un combattimento finale si interessante ma che si conclude con un forzatissimo, frettoloso e deludente happy ending (combattimento finale e conclusione della serie durano si e no due minuti scarsi. Vi lascio immaginare il tragico risultato di far entrare tutto e il contrario di tutto in questo breve lasso di tempo) .

Gli unici punti su cui l'anime sembra brillare sono le scene di combattimento (sopratutto quelle molto belle dell'agganciamento dei vari componenti), ma che alla lunga dimostrano con la loro riciclo generale in ogni episodio un budget molto scarso. Sopratutto gli episodi finali dimostrano il fiato corto, con intere scene realizzate con schermate fisse dove i personaggi sono congelati in pose statiche, mentre solo la bocca e gli occhi si muovono in lunghissimi e noiosi dialoghi (ma solo nel caso in cui il personaggio stia parlando altrimenti non verrà mai inquadrato nella sua interezza). Il lato Fan Service fa il suo lavoro e i personaggi femminili principali (sopratutto Hidaka Aoi) sono ben realizzati.

In definita DANCOUGA NOVA è una serie guardabile ma non imprescindibile (io consiglierei di guardare Godannar, decisamente molto meglio per trama e sviluppo), da guardarsi solo se si ha la passione per quel genere di animazione e non si ha nulla di meglio da guardare, per il resto del pubblico c'è il forte rischio di mollare la serie dopo un singolo episodio. I contatti con l'illustre precedessore si riducono a qualche piccolo omaggio durante la serie e al design generale del robot (con qualche piccola differenza).

Strano ma vero Yamato Animation porta questo anime con sottotitoli nel suo canale Youtube, probabilmente come per il caso del pessimo Glass Maiden per via di costi di licenza bassissimi.